Ritratti di poesia 2012, I poeti e le poesie
26 / 1 / 2012
In viaggio con la poesia di: Paolo Albani, Daniela Attanasio, Pierluigi Bacchini, Maria Grazia Calandrone, Carlo Carabba, Anna Maria Carpi, Claudio Damiani, Alba Donati, (nella foto), Jorge Esquinca, Paolo Febbraro, Bruno Galluccio, Massimo Gezzi, Jorie Grahm, Mariangela Gualtieri, Giorgio Linguaglossa, Luca Manes, Dunya Mikhail, Bernard O’Donoghue, Irma Immacolata Palazzo, Roberto Piperno, Luigia Sorrentino, Anna Toscano e … LA GALLERIA DEI POETI di Dino Ignani.
—
L’appuntamento è a Roma, per il 26 gennaio, a partire dalle 10:00, al Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra, per la sesta edizione di “Ritratti di Poesia”, la manifestazione promossa dalla Fondazione Roma.
Quest’anno, tra i protagonisti più attesi, il premio Pulitzer Jorie Graham e Francesco De Gregori.
La rassegna si snoderà nell’arco dell’intera giornata e sarà dedicata al tema della lettura, come occasione di riflessione intima ed individuale, e momento di ascolto, di fruizione collettiva. La manifestazione è aperta al pubblico con ingresso libero fino ad esaurimento posti.
CARILLON (*)
plín plín plín plín plín
plín plín plín
plín plín plín plín plín plín plín plín
plín plín plín plín plín plín
plín plín plín plín plín plín plín
plín plín plín plín
plín plín plín plín plín plín
plín plín plín plín plín
plín plín plín plín
plín plín plín plín plín plín plín plín
plín plín plín
plín plín plín plín plín
plín plín plín plín plín plín
plín plín plín plín plín
Nota (*)
Istruzioni per l’uso: questo «pezzo poetico» non va assolutamente letto, ma
solo ascoltato con gli occhi.
Paolo Albani (da Parole in difficoltà, Edizioni della rivista Tam Tam, 1983)
—
DOPO
poi è accaduto qualcosa che non so capire
qualcosa in agguato da tempo
una crescita della ragione, una sproporzione
di fatti e di incertezze
ora non posso più ridurre il mio amore al tuo nome tu
non sei più una pianta traboccante di gemme
ma uno smorto giardino
condannato all’abbandono.
Nel vento nuovo d’estate l’odore delle piante
si mischia con la polvere e il catrame
tre o quattro gabbiani stridono sopra i tetti con voce umana
come le berte che di notte a Linosa
ghiacciavano il sangue nel grido fossile di un neonato
la luna crepita il nero delle sue ferite
la sua luce balena da un cielo duro
e mi lava la faccia
vieni luna gentile, lava le pietre della mia memoria
attraversa con i tuoi raggi bianchi cuore e cervello
chiudimi dentro una suadente amnesia
Daniela Attanasio (da Il ritorno all’isola, Nino Aragno Editore, 2010)
—
TIEPIDA ARGILLA
Quando il mio vagito
ha echeggiato nella stanza a fiori
lacerando il respiro
e mia madre divaricata
da un urlo primordiale rigettò l’ingombro,
la prima cosa che vidi
tic tac, tic tac, fu l’orologio dell’avo.
E il germen ripeteva gli istinti marini. E cellule
ricordavano tutto: il liquido
del grande ventre oceanico
il suo deporsi
nell’ombelico d’argilla. Un istinto mnemonico,
di carne,
che risuona nell’orecchio del verso.
(Pier Luigi Bacchini da Canti territoriali, Mondadori, 2009)
—
TU DOLORE CHE SEI TORNATO AMORE (estratto)
.
Il ragazzo sbucciava le albicocche nel caldo del camino.
Qualcosa nella forma della testa mostrava che le sue vertebre erano state
incluse e allineate pensando al volo
e al profumo di mandria nelle corde
che lo trattengono
in tutti i punti di calma del corpo: il suo corpo - stelo e catino
di calore - era pronto
a reagire, ma si trovava costretto da una promessa e splendeva
dai fondamenti per la intensità del desiderio.
O anime che andate per il camino
sole come velieri, eravamo ricchi perché non avevamo
che questo, eravamo incisi
dalla bellezza. Noi potevamo
testimoniare. O amore che cammini sulle ombre, amore
che calpesti e t’innalzi
e riveli
con il viburno e il fiore di sant’Anna
forme sferiche
abrase, fai che io torni una qualunque luce
sulla sabbia gloriosa del suo petto, fai
che m’incanti - io corpo
immortale come chi ha consumato ogni rimpianto
per ritornare lauda.
Maria Grazia Calandrone (da Sulla bocca di tutti, Crocetti, 2010)
—
QUI E MAI ALTROVE
Se l’energia è prodotta dal quadrato
del corso della luce e dalla massa,
se si diffonde su una curvatura
perfetta e infinita
dal centro alle sfere più estreme
di un universo chiuso e limitato,
io resto testa all’aria
tra i moti corruttori
del mondo sublunare.
Il cielo su di me è parete
un vetro, una finestra.
Lo sfondo di un dipinto
profondo a nord lontano
e a sud disteso e largo.
Posso partire e non allontanarmi,
conosco solo il qui e non il là
e ogni distanza coperta vuol dire
nuove distanze da coprire.
E sono sempre dove
sono e mai altrove,
e porto ogni mio bene
e porto ogni mio male.
Carlo Carabba (da Canti dell’abbandono, Mondadori, 2011)
—
DALLE ROVINE sale un fil di fumo.
Ah stia qui, compagno generale,
e se fossero fritz ? Ma l’ufficiale
zitto s’accosta al muro di cemento.
S’affaccia e cosa vede:
nella fossa una lotta furibonda.
Tre fritz: stanno giocando a preference
fumando con ardore.
“Mani in alto!”
Leva gli occhi il tedesco e a denti stretti
“Un momento…” mormora
e fa il suo asso in pezzi e sparge l’asso
sulla neve fonda di Stalingrado.
(Stalingrado, Ricordo del generale Laskin)
QUI SUL MIO TAVOLO
ho la luce accesa,
una tazza tedesca di Bayreuth,
le biro e nella scatola
che ho foderato io di carta a fiori
la gomma il temperino
il rotolo di scotch la cucitrice,
Rapid One, è svedese.
Guardali, uno ad uno,
non pensare, non muoverti.
Solo un metro più sotto
c’è la disperazione.
Ancora un’ora, poi berrai qualcosa,
poi guarderai le mail, il telegiornale,
poi qualcuno telefona.
Anna Maria Carpi (da L’asso nella neve, Transeuropa, 2011)
—
SE GLI UOMINI AVESSERO SEMPRE DA FARE
Se gli uomini avessero sempre da fare
sarebbe meglio
perché avrebbero meno tempo
per soffrire,
se ci fosse molta socialità
feste e canti, riti
molta natura, non quelle discoteche oscene
non quelle città schifose,
molta religione, più musica,
più fanciulle che danzano battendo i piedi
o cantando su barche scendendo i fiumi,
molto camminare nei boschi, molto studio e amore,
non quella televisione da lupanare, con facce da assassini,
molta arte, molta cortesia e gentilezza,
buone maniere, educazione, studio,
meno intellettuali ignoranti,
e quei vip, con quelle facce da maiali
che si rotolano nella loro merda,
più umiltà, molta più umiltà, e rispetto,
se ci fosse più silenzio, più feste
più lavorare insieme, tranquilli,
contenti di lavorare insieme, cantando.
Claudio Damiani (da Poesie, Fazi, 2010)
—
Ci incontrammo nella calma
del sottosuolo, planavi dall’alto
in direzione della grotta più fonda
tra le murene e le cernie silenziose
muovendo lentamente le braccia
e il bianco delle canape, i vestiti.
In te vidi un popolo, lo stesso
che moriva senza aver detto
una parola ingiusta, vidi le mani
dei canapieri, dei cacciatori di bestie
scivolare sui campi luminosi
al fondo del mare, dove io sono morto.
Non vedremo che la luna e le stelle capovolte
e la terra dai tuberi, gli orti a rovescio
ma avremo corpi di ossa levigate per camminare
nei secoli e avanzare nel bene comune…
Alba Donati (da Non in mio nome, Marietti, 2004)
—
PAOLO UCCELLO (FRAMMENTI)
favola prima che uccello, no - prima il volo, il becco, la corazza ultravioletta
- palpita qui il suo polso, la sua eresia in un nulla d’aria però inspira, è un cielo -
favola no, uccello prima - plana e vira, una sfumatura nell’amido del guardare,
un disperso - calcolatore, geometri sta, tardo-gotico
*
cavalli dispiegati: battaglie, prese di, o profili, zoccoli rampanti, un rilucere, bai
o neve nell’immobile del, o nell’incisione, attraverso il multiplo e come in
equilibrio, neon nell’incerto del nume, lancio di cavalli nel reticolo di
*
il dipinto, un dire: uccello Medici
*
incidi-lo notte, il chiuso, quello che si nasconde nel rene del no, raffinato
lavoro in miniera, uccello, scava nel qui: un trattato di aria tra il polmone e la
miniera. (lontano da ogni stregoneria - si tratta di scavare). i vuoti, uccello, per
il tuo volo in picchiata: uccello, uccellino, dolce cosa è la prospettiva
*
…come il precipitato che si ottiene dopo aver macerato con minuzia iniziatica
il Calcolo algebrico dell’arcobaleno - cavalli, battaglie, visti
*
nella tavola di Leibniz - dicono che aveva visto, dicono che aveva ordinato le
sue monadi. dopo respirava, nei colori del prisma, respirava. molto vicino:
calcolava come. ah, la vastità dell’arco…
Jorge Esquinca (trad. Damiano Abeni e Moira Egan)
—
Prova a dormire con chi ti solletica
o alle due di notte accende il sole:
così l’inverno mite con le piante
che dure in balcone tenevano i tempi
alla nostra riservatezza spoglia,
ai mesi di sospetto e controvoglia,
alla nostra retta dissipazione.
Guarda: reggono a stento
alla provocazione, tornano quasi
alla rissa. Alterco primaverile
che nella nera estate poi si fissa.
Paolo Febbraro (da Il bene materiale, Scheiwiller, 2008)
—
il gelo bruca
i residui della notte nostra
il sogno sfrangiato sul bordo
dell’essere ancora vivi
tra poco è l’alba
noi siamo la nostra attesa
la ferita della vetrata non aperta
il rimorso che accomuna
l’aprire e il non aprire
minima gemi come acqua
tu ormai nel costato del sonno
deposta la tua parte di attesa
hai varcato il millimetro dell’abbandono
e io veglio anche
per il tuo lembo di indicibile
mentre la luce massacra l’ombra
sul lato rovescio del pensiero
Bruno Galluccio (da Verticali, Einaudi, 2009)
—
GELSI
Hai fatto questo semplice gesto con la mano:
l’hai sollevata fino al volto,
l’hai tesa verso il mio finestrino,
mentre guidavo: ho guardato,
e contro la luce caliginosa
della mattina li ho contati,
otto, otto gelsi a chioma aperta
come la coda di un pavone imbalsamato,
in processione lungo la linea
del nostro sguardo, così perfetti
che per un attimo ho scordato
orari coincidenze
e ho rallentato per capire
come mai di otto alberi in fila si possa dire
“guarda che belli!”, come hai detto,
se loro non decidono di esserlo e tutto
è un avvicendamento senza senso,
o se basta un movimento della mano
e un sorriso per fare di otto alberi
in riga un’illusione di riscatto.
Massimo Gezzi (da L’attimo dopo, Luca Sossella Editore, 2009)
—
DELLA SEMPRE MUTEVOLE INQUIETUDINE NELL’ARIA
L’uomo teneva la mano sul cuore danzando.
Rallentava e piroettava veloce.
Le porte della piccola città
s’offuscarono. Qualcosa
trapelò,
incendiando i telai,
rendendo ogni ingresso
meno vero.
E il buio s’addensò
benché ancora non scenda… E la piccola danza,
che roteava quest’umano giù per il corridoio,
piccolo, tema nervoso che si spingeva avanti,
intrecciando, provando,
costantemente incompleto cosí girando e rigirando oh
cosa c’è da finire? - i suoi abiti irruviditi dal vortice rossastro,
che ovviamente si fa più scuro verso la fine della strada,
una mano sul petto,
una stesa sul fianco mentre danza, tamburella, canta,
sui suoi piedi in fuga, ora canticchiando un po’,
ora chiudendo gli occhi mentre piroetta, rimpicciolendosi,
perché sorge il sole? non ti scordar mai di me caro perché io
tornerò libertà
che insegue una traccia nell’aria della sera,
in cui s’aprono i lillà, le gonne s’alzano,
libertà e l’occhio sanguigno avanza dolce sbandando sulla terra gigantesca,
e il gatto sulla soglia che non si sbaglia sul mondo,
e tiene d’occhio dove prima o poi atterreranno gli uccelli
Jorie Grahm (da L’angelo custode della piccola utopia, Luca Sossella Editore, 2008, trad. Antonella
Francini)
—
Quando vuole pregare
lei va alla piscina comunale
mette la cuffia e gli occhialini
entra nell’acqua ma non è capace
di domandare, o forse non ci crede.
Allora fa una bracciata e dice
eccomi, poi ne fa un’altra
e ancora eccomi. Eccomi dice
ad ogni bracciata. Eccomi a te
che sei acqua e cloro
e questi corpi a mollo come spadaccini.
E nello spogliatoio, dopo, alla fine
prova sempre una gioia quasi
l’avessero esaudita
di qualche cosa che non ha chiesto
che non sapeva. Che mai saprà
cos’era.
Mariangela Gualtieri (da Bestia di Gioia, Einaudi, 2010)
—
Brucia il giaciglio, che il fuoco palpiti
parli al tuo volto che incarna il doppio
- la maschera dell’eloquio! - in uno scoppio
di attimi fuggenti, di fuggiaschi strepiti.
Dipingi il ciglio erboso del bosco
preda della maschera del fuoco, stridii
di fiammei uccelli, attriti di rotaie
divelte. Bevi un sorso del liquido tosco.
La notte non conosce il canto degli uccelli.
Sul ramo più alto quando la tenebra è più fitta
molto prima che la pioggia avvolga l’albero,
io sono io e gli uccelli sono i miei orpelli.
La notte, sorella dello Stige, i miei anelli
prendono fuoco e oscurità, i cigni dormono
al candore della Balena che non verrà.
La notte, gemella del fuoco e dell’oscurità.
Dodici re Tolomei assorti nel trono
di quarzo osservano gli uccellini svolazzanti
impressi nel papiro accanto ad agavi ed acanti.
Dietro il sipario della tua sinopia v’è un mare
di distanza, gli archetipi di tre re
incoronati che blaterano il nulla.
Dietro ogni re vi sono tre vascelli.
Questo è il geroglifico della vita,
il criptogramma del canto degli uccelli.
Giorgio Linguaglossa (da Uccelli, Scettro del Re, 1992)
—
SOLO BENE TI DICI
Lo scavo di un’ombra profonda,
una cicatrice tra gli occhi di un volto scoperto.
Come se nuda, senza velo
sul precipizio danzando tu, invisibile punto
spalancassi l’oceano della tua carne
alla negazione passata,
all’altro letto di un riposo mendace.
E poi, come su uno schermo
si affolleranno bandiere senza vento
immobili e statuarie
masticando il singulto di un’ora terminata.
Per un attimo, col tuo verso animale,
di lacrime in sputo,
giacerai persa nel buco, sepolta nella caverna chiusa
sotto un cielo dipinto dalla tua miseria.
Entra di corsa sullo spalto la melodia dimenticata.
Il ticchettio di un orologio tornato al principio.
Il canto che riacquista voce nel grembo del tuo inginocchiarti.
Come una luce nuova, un faro sopra la penombra di prima.
Calcano i chiodi sul legno di questa croce
elevata sul colle appena rinato;
mentre tutto fuori, come da una finestra,
si chiude su di sé.
Solo bene, ti dici, è stata la vita.
Il capo, chino sulla spalla, sussurra l’addio.
(Luca Manes, poesia pubblicata sulla rivista Poesia, Nicola Crocetti editore, luglio/agosto 2011)
—
BABBO NATALE
Con la barba lunga come la guerra
e il manto rosso come la storia
Babbo Natale si è fermato sorridendo
mi ha invitato a chiedere qualcosa
sei una brava bambina, ha detto
ti meriti un giocattolo
poi mi ha dato una cosa che somiglia alla poesia
e visto che esitavo
mi ha rassicurato: non avere paura, piccola mia
sono Babbo Natale
distribuisco cose belle ai bambini
non mi hai mai visto prima?
Ho risposto: ma il Babbo Natale che conosco
indossa una divisa militare
e distribuisce tra noi ogni anno
spade rosse
e bambole per gli orfani
e protesi di arti
e foto degli assenti
da attaccare alle pareti.
Dunya Mikhail (da La guerra lavora duro, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2011, trad. Elena Chiti)
—
Ma nessuno mi ha mandato dei fiori, e nemmeno
invitato a prendere un drink insieme. Quello che
peggiora le cose è piuttosto che,
avendo ora vissuto più a lungo di te, anch’io
ho rotto i ranghi, per mancanza forse
della fantasia necessaria per seguirti
nell’esplorazione di quel mondo altro, più antico.
Sicché sono in territorio sconosciuto d’ora in poi:
devo aprire la mia strada, leggere da solo
le impronte degli zoccoli nella polvere dell’estate
e affrontare a viso aperto il futuro:
libero finalmente come il pazzo Arnaut
a coltivare il vento, a cacciare il toro
a dorso di una lepre, a nuotare contro corrente.
Bernard O’Donoghue (da Selected Poems, Faber & Faber, 2008, trad. Anthony Robbins e Mariella De Santis)
—
IL GIORNO IN CUI DIVENTAI PIÙ VECCHIO DI MIO PADRE
CONFITEOR
CARICATORE: il primo Sciupafemmine disse
che avevo occhi grandi: ISTANTANEA mobilità della pupilla bambina
fotografante con un AGGIUNTIVO, un FISH-EYE o un BIRD’S EYE:
capelli lisci brillantinati orecchie grandi così così la bocca sorridente.
WINDER: felino nel CORPO-MACCHINA: borsalino e trench alla Bogart
mentre aspetti di salire sulla nave per l’Argentina il giorno di Natale.
E’ nell’album, tra la nonna e i cugini mai conosciuti: ESPOSIZIONI MULTIPLE.
Ogni tanto mamma racconta: femmine figli fratelli miei sparsi per il mondo.
Aggiungo un CENTER FOCUS: e anch’io, una delle tue donne, sopravvissuta:
non ti sono piaciuta. Sei partito subito dopo. STOP-DOWN.
Nauseata per anni per ogni carezza paterna sulle cosce delle amiche bambine.
FLIP-FLASH. In che mondo viviamo! FLIP-FLASH. Quello di sempre.
CAMERA OSCURA. ELABORAZIONI IN CAMERA OSCURA e poi FARE FORCELLA.
Non parlavi. Paura o ti piaceva così? MASCHERINA. Una SPUNTINATURA:
durante si fa sempre finta di dormire. Dormire! CHIUSO IL DIAFRAMMA: COMA:
nello squallido circo di periferia dei sogni non ci sono colpevoli: CANDID SHOT.
Ora metto un FOG FILTER: e così andato via - per sempre.
M’è rimasta la degradante fantasia, desiderio di donna: quella che non sono
stata:
non dovevo usare una CARTA MAT o MATT. E sopravanza una pronuba
bestemmia
un ricordo di me: cinque (controllo meglio la PROFONDITA’ DI CAMPO):
sei anni.
Dov’eri mentre mi si offendeva? Dio, se tu l’hai permesso, non esisti.
Povero Dio, non t’hanno ucciso il Figlio senza che alzassi un dito?
Senza risentimenti. A Pasqua non mangio capretto.
I macellai con furore dionisiaco spartiscono il desco smembrato. Altro che rito!
A me rimane sullo stomaco. DAYLIGHT per una STILL LIFE.
Irma Immacolata Palazzo (da Giocare in casa, Campanotto Editore, 1999)
—
FINE DELLA PARTITA
Quando verrà la morte
sarà di nuovo primavera
e i fiori saranno stesi sul prato
appassionati dalle voci alterne degli insetti
che li frugano ardenti di polline
e li proteggono senza sosta
moltiplicandone i semi.
Se fosse stata una sorte avversa
a circoscrivermi tra le sbarre
di un viaggio senza ritorno
non potrei oggi piangere per quello che fu
ma anche la libertà d’esser sopravvissuto
al rischio del gas di sterminio
non mi sottrae alla pesante tristezza
di una fine senza appello
che è iscritta nell’indifferenza.
Non rimane nel tempo che resta
di questa fine della partita
che cercare luci veloci
che incontrino il cuore
d’amore
e parole
in comuni destini
di solidarietà.
Roberto Piperno (da Esseri, Edizione dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, 2010)
—-
FORTE E’ LA MANO (estratto)
entravamo al buio
con il passo dei vecchi
sei tornata?
la sera è più facile
ascoltare i nostri gesti
il polso nell’armadio
per riporre la sciarpa rossa
ripiegata con il buio nelle spalle
domina il nascondiglio
di miele e di orzo
la nostra lentezza
e il tuo viso bianchissimo
balzato di fronte
gioiello e argilla finissima
oltre la materia dell’abbraccio
ai piedi del letto sono tornata
e poi il pianto
gettato nell’ora della nascita
della figlia e della morte
l’ora del fremere
nel tuo diciannove di febbraio
Luigia Sorrentino (da La nascita, solo la nascita, Manni, 2009)
—
LA PUNTEGGIATURA
Ho cercato nella punteggiatura
la virgola di sfogo,
per avanzare un pensiero
senza chiudere il precedente.
Ho guardato imbarazzata
i due punti e le loro posizioni:
mai decisivi e mai inutili
nel togliere e nel dare.
Ho sostato a lungo
dopo il punto e virgola;
sentendomi in continuità
con passato e futuro.
Mi sono crogiolata molto
tra parentesi (mie o di altri)
senza scansione del tempo
che non fosse interna.
Non avevo capito che è il punto
- come dicono anche i manuali di scrittura che
rende possibile il respiro.
Anna Toscano (da Antologia “Orchestra Poeti all’Opera” a cura di Guido Oldani, LietoColle, 2010)
—
Ritratti di poesia è una rassegna promossa da Fondazione Roma, organizzata da Fondazione Roma Arte-Musei, con Inventa, Eventi a cura di Vincenzo Mascolo.
